Perché facciamo così fatica a dire le cose belle che pensiamo degli altri?

Alcune parole le pensiamo, ma non pronunciamo. Riconosciamo delle qualità, ma non le raccontiamo. E così, ci sono persone che trascorrono una vita intera senza sapere quanto di bello gli altri vedano in loro.

Qualche giorno fa mi è successa una cosa che mi ha fatto riflettere. Avevo pubblicato sui social una fotografia accompagnata da una piccola provocazione:

«Ti osservo e vedo…»

Chiedevo alle persone di immaginare che io le stessi guardando e di completare quella frase. Che cosa pensavano che vedessi in loro? E che cosa avrebbero desiderato che vedessi, anche se magari non lo mostravano?

Era un piccolo esperimento, nato dalla curiosità di comprendere come ci percepiamo attraverso lo sguardo degli altri. Tra le persone che hanno risposto c’è stato una persona che conosco soltanto attraverso i social. Nel tempo abbiamo avuto occasione di scambiarci diversi messaggi. Conosco qualcosa della sua storia, delle difficoltà che ha attraversato, dei periodi di solitudine e delle fatiche affrontate per ricostruire una certa serenità. E ciò che mi colpisce di lui è la sua capacità di apprezzare la vita. Nonostante le difficoltà, continua ad avere parole gentili per gli altri. Sa gioire delle piccole cose, riconoscere la bellezza ed esprimere gratitudine.

Così, quando mi ha scritto un messaggio affettuoso, gli ho risposto:

«Sai che vedo quando ti guardo? Un guerriero di luce che ha imparato ad abitare la propria vita.»

La sua risposta mi ha veramente commossa. Mi ha scritto che sono l’unica persona, in tutta la sua vita, ad avergli rivolto parole così grandi e belle. E che avrebbe voluto conservarle, incorniciarle.

Sono rimasta a pensarci. Perché facciamo così fatica a dire le cose belle che pensiamo degli altri?

E non mi riferisco ai complimenti di circostanza o alle frasi che diciamo per educazione, per compiacere qualcuno o per ottenere qualcosa. Penso ai momenti nei quali riconosciamo sinceramente una qualità in una persona.

Perché così spesso teniamo queste osservazioni per noi?

Riflettendoci, mi sono venute in mente alcune possibili ragioni.

1. Forse non abbiamo mai imparato a farlo

Forse non siamo particolarmente capaci di esprimere apertamente le cose belle che pensiamo degli altri perché, a nostra volta, ne abbiamo ricevute troppo poche.

Come possiamo imparare a esprimere apprezzamento se raramente abbiamo sperimentato cosa significa riceverlo?

Penso a quante persone sono cresciute in famiglie in cui l’amore esisteva, ma veniva espresso soprattutto attraverso i gesti, il sacrificio o il senso del dovere. Genitori che lavoravano duramente per i figli, che si preoccupavano per loro, che facevano di tutto per garantire un futuro migliore e che raramente dicevano:

«Sono orgoglioso di te.»

«Mi piace come sei.»

«Sai che cosa ammiro di te?»

Non necessariamente perché non lo pensassero. Probabilmente, perché nessuno lo aveva mai detto nemmeno a loro.

Senza volerlo, possiamo trasmettere da una generazione all’altra non soltanto valori e comportamenti, ma anche silenzi. Silenzi che a volte nascono dall’assenza di un linguaggio per esprimere l’affetto, non dalla mancanza d’amore.

Del resto, fin da piccoli siamo spesso più abituati a ricevere indicazioni su ciò che dovremmo correggere che a sentirci riconoscere le nostre qualità. Un bambino che sbaglia viene corretto. Quando fa qualcosa di bello, invece, può essere considerato normale, quasi scontato.

In più, tra riconoscere un risultato e riconoscere una qualità personale c’è una differenza.

«Hai preso un bel voto» riguarda un risultato.

«Ho visto quanto ti sei impegnato, anche quando era difficile» riconosce qualcosa della persona.

Non si tratta di riempire i bambini di complimenti indiscriminati, ma di imparare a vedere e nominare ciò che di positivo osserviamo realmente in loro. Perché il riconoscimento autentico può contribuire a costruire un’immagine di sé che non sia fatta soltanto di ciò che dobbiamo migliorare, ma anche delle risorse che già possediamo.

2. Dire qualcosa di bello significa anche esporsi

Un riconoscimento sincero può anche sembrare una piccola forma di vulnerabilità. Quando diciamo a qualcuno «Ti ammiro», «Sei importante per me» oppure «Mi piace il tuo modo di affrontare la vita», stiamo mostrando anche qualcosa di noi. Riveliamo ciò che ci emoziona, ciò che apprezziamo o consideriamo importante. E non tutti si sentono a proprio agio nel farlo.

Oppure, forse abbiamo paura di sembrare troppo sentimentali o temiamo di essere fraintesi. Perché un complimento può essere scambiato per adulazione, una parola affettuosa per interesse, un riconoscimento per esagerazione.

E allora, qualche volta, scegliamo il silenzio.

3. Pensiamo che gli altri sappiano già, oppure non sentiamo il bisogno di dirlo

«Lo sa che gli voglio bene.»

«Lo sa che lo stimo.»

«Non serve dirglielo.»

Ma siamo proprio sicuri?

Come possiamo sapere che l’altro conosca ciò che pensiamo di lui, se non glielo abbiamo mai detto?

Potrebbe anche essere che a volte riconosciamo qualcosa di bello in una persona senza avvertire il desiderio di comunicarlo e non necessariamente per egoismo o indifferenza.

Forse non ci abbiamo minimamente pensato, oppure siamo così concentrati sulle nostre preoccupazioni e su ciò che gli altri pensano di noi da dimenticare quanto possa essere importante esprimere ciò che noi vediamo in loro.

Eppure, qualcuno potrebbe riconoscere la nostra forza proprio nei momenti in cui ci sentiamo più fragili.

Qualcun altro invece, potrebbe vedere in noi una bellezza che non siamo mai riusciti a riconoscere.

Ciò che per noi è evidente potrebbe essere completamente invisibile agli occhi dell’altro.

Non avrebbe senso, allora, farglielo sapere?

Guardare però, attenzione, non significa necessariamente vedere.

Possiamo incontrare decine di persone ogni giorno, vivere accanto a qualcuno per anni, parlare, lavorare, condividere esperienze e non fermarci mai a osservare veramente chi abbiamo davanti.

A volte vediamo soltanto i comportamenti, le reazioni, gli errori, le difficoltà o le etichette che abbiamo attribuito a quella persona. Ma dietro ogni comportamento esiste una storia. E dietro ogni storia c’è una persona che non può essere ridotta soltanto a ciò che le è accaduto.

Credo che tutti, in modi e misure differenti, desideriamo essere riconosciuti.

Non necessariamente ammirati o continuamente rassicurati. Semplicemente visti. Visti oltre i nostri errori, le nostre fragilità, i nostri ruoli.

A volte una persona può aver attraversato difficoltà enormi senza rendersi conto della forza che ha dimostrato.

Poi arriva qualcuno che riconosce quella qualità e glielo dice. E quella persona si commuove…

Forse perché, finalmente, si sente vista.

Ma siamo capaci di accogliere le cose belle che ci vengono dette?

C’è un altro aspetto sul quale vale la pena riflettere.

Ho parlato della difficoltà di esprimere apprezzamento. Ma cosa succede quando siamo noi a riceverlo?

Quando qualcuno ci dice:

«Sei una persona meravigliosa.»

E noi rispondiamo:

«Ma figurati!»

«Non esagerare!»

«Non ho fatto niente di speciale.»

Come se sentissimo il bisogno di ridimensionare immediatamente ciò che l’altro ha riconosciuto in noi.

A volte proviamo imbarazzo, altre volte sospettiamo che il complimento non sia sincero oppure ci sembra di non meritarlo.

Forse perché non siamo abituati a ricevere parole di apprezzamento, perché abbiamo imparato a essere severi con noi stessi o perché confondiamo l’accoglienza di un complimento con la presunzione.

Accogliere un riconoscimento penso significhi concedersi la possibilità che qualcuno abbia visto in noi qualcosa di bello, anche quando noi facciamo fatica a riconoscerlo.

Qualche volta potremmo provare a rispondere soltanto:

«Grazie. Mi fa piacere che tu veda questo in me.»

Senza sminuire ciò che ci è stato detto.

Perché anche ricevere è una capacità che possiamo imparare.

Non siamo condannati a ripetere ciò che abbiamo imparato

Una persona cresciuta senza grandi manifestazioni di affetto può diventare un adulto capace di esprimerlo.

Chi ha ricevuto poche parole di incoraggiamento può scegliere di offrirle ai propri figli.

E chi raramente si è sentito riconosciuto può imparare a riconoscere gli altri.

Non sempre accade spontaneamente. A volte richiede consapevolezza, attenzione, esercizio.

Ma è possibile.

Possiamo essere noi a cominciare a dire le cose belle che pensiamo degli altri.

Questo non significa trasformare ogni incontro in un’occasione per distribuire complimenti. Le parole hanno valore quando sono sincere, non quando diventano un esercizio di gentilezza forzata.

Significa semplicemente imparare a non trattenere inutilmente ciò che di bello riconosciamo negli altri.

Perché una parola sincera non cambia necessariamente la vita di una persona, ma può cambiare qualcosa nel modo in cui, per un momento, quella persona guarda se stessa.

E non mi sembra poco.

Una domanda per te

Vorrei concludere tornando al piccolo esperimento da cui è nata questa riflessione.

Questa volta, però, vorrei capovolgere la domanda.

Non ti chiedo che cosa pensi che gli altri vedano in te.

Ti chiedo:

C’è qualcuno nella tua vita di cui riconosci una qualità bellissima, ma al quale non l’hai mai detto?

E se c’è…

Che cosa ti impedisce di dirglielo?

E quando qualcuno ti dice qualcosa di bello, riesci ad accoglierlo oppure senti subito il bisogno di sminuirlo?

Forse possiamo cominciare proprio da qui.

Certe parole, quando sono sincere, meritano di essere pronunciate.

E certe persone meritano di sapere quanto di bello riusciamo a vedere in loro.

Vi abbraccio,
Giorgiana

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