Relazioni sane, empatia, sensibilità, assertività, essere se stessi, trappole…

Riflettendo sul concetto di empatia, mi sono spesso chiesta se questa abilità fosse innata o acquisita. Ho indagato tra le pagine degli studi scientifici per trovare risposte e sembra che l’empatia, in parte, sia influenzata da varianti genetiche che contribuiscono al 10% delle differenze tra individui. Dunque, si nasce con una predisposizione, ma il restante 90% dipende dall’ambiente e dall’educazione ricevuta. Le neuroscienze hanno gettato ulteriore luce su questo aspetto, svelando l’esistenza dei neuroni specchio, il cui meccanismo neurofisiologico offre una spiegazione biologica dell’empatia. Questo processo di rispecchiamento consente di percepire immediatamente le esperienze altrui, andando oltre il semplice ragionamento. Ebbene, sono scoperte interessanti, perché ci aiutano a comprendere meglio come entriamo in relazione con gli altri, cogliendo il significato delle loro azioni e comprendendone le intenzioni.

Quindi, se non siamo empatici, possiamo incolpare i geni, i neuroni specchio o i genitori! Ahaha! Oppure possiamo vedere il lato positivo: c’è ampio spazio per il miglioramento, possiamo davvero lavorare sulle nostre capacità empatiche e svilupparle ulteriormente.

Vi riporto una definizione di Morelli e Poli: “L’empatia è la capacità di mettersi nei panni dell’altro, percependo, in questo modo, emozioni e pensieri. E’ l’abilità di vedere il mondo come lo vedono gli altri, essere non giudicanti, comprendere i sentimenti altrui mantenendoli però distinti dai propri.”

Il principale ostacolo per sviluppare una relazione empatica è sicuramente rappresentato dal pregiudizio o preconcetto. L’empatia è esente da critiche, giudizi o valutazioni; non c’è giusto o sbagliato, e quello che conta è l’esperienza emotiva interiore.

E la sensibilità? “La sensibilità (dal latino sēnsibilitās) in filosofia, psicologia, letteratura e linguaggio colloquiale  è una particolare capacità di provare emozioni, stati d’animo e sentimenti, dovuta a un’intensa ricettività nei confronti dell’ambiente esterno o delle altre persone. Può essere intesa anche come una forma di simpatia, quando ci si senta attratti da sentimenti ed emozioni di un’altra persona, oppure come sensitività empatica , ossia la condivisione di stati d’animo, comportamenti ed emozioni altrui.” (Wikipedia)

La ricercatrice clinica, dott.ssa  Eliane Aron, nel 1990, ha individuato un tratto caratteriale o di personalità che comporta “una maggiore sensibilità del sistema nervoso centrale e una più profonda elaborazione cognitiva degli stimoli fisici, sociali ed e emotivi”. In parole semplici, ci sono persone che reagiscono in modo eccessivo a stimoli che per altri sono assolutamente normali, è un tratto, quindi, innato. O ce l’hai o non ce l’hai. Non preoccuparti, se ti rendi conto di essere poco sensibile, non sei solo. Si stima che soltanto il 20% della popolazione ha un tratto di elevata sensibilità.

L’assertività invece, (dal latino “asserere” che significa “asserire”), o asserzione (o anche affermazione di sé), è una caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni, senza tuttavia offendere né aggredire l’interlocutore. Secondo gli psicologi statunitensi Alberti ed Emmons, che con Manuel J. Smith[hanno reso popolare il concetto negli anni settanta, si definisce come «un comportamento che permette a una persona di agire nel proprio pieno interesse, di difendere il proprio punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i propri diritti senza ignorare quelli altrui. (Wikipedia)

Non è un dono innato ma può essere sviluppato nel tempo. Da bambini, assorbiamo parte dei stili di comportamento dei nostri caregiver. La buona notizia è che anche essa può essere migliorata.

E ora arriviamo al concetto di essere se stessi, che si intreccia con l’assertività, richiedendo una profonda consapevolezza di sé, il saper guardarsi dentro, essere consapevoli di chi si è, nel bene e nel male e la capacità di manifestare autenticamente la propria individualità, in armonia con chi ci sta attorno. Vuol dire anche amare se stessi ed è un processo in continua evoluzione. E ormai, si è capito che per riuscire a stare bene insieme agli altri, occore stare bene prima di tutto con se stessi.

Relazioni sane. L’essere umano è un essere sociale che nasce in relazione e vive nelle connessioni. Quindi, ogni tipo di relazione gioca un ruolo molto importante all’interno delle nostre vite. Sono fondamentali per una vita serena e appagante. La fiducia e il rispetto penso siano ingredienti primari, insieme alla cura reciproca, all’ascolto attento e alla comprensione dei bisogni e delle emozioni dell’altro. Sicuramente ci vuole anche tanta pazienza e flessibilità. Qualsiasi relazione però, dovrebbe lasciar spazio anche all’individualità della persona, permettere a chi ne fa parte di esprimersi, di conoscersi e di esplorarsi, in tutte le aree della vita. 

Attenzione però! Perché ho parlato di tutti questi ingredienti utili per vivere relazioni sane?

Tutto ciò di cui mi sono dilungata a scrivere finora mi porta alla conclusione, a riflettere su ciò a cui è facile non prestare la giusta attenzione: le trappole.

Prendersi cura di sé stessi senza empatia può facilmente sfociare nell’egocentrismo, mentre il mancato rispetto delle diverse prospettive può minare la salute delle relazioni.

A volte, dedicarsi al proprio benessere, mettendo se stessi al primo posto, senza la giusta sensibilità ed empatia, può condurre all’egocentrismo, spesso senza rendersene conto. In questo stato, non si è consapevoli dei propri atteggiamenti e si rischia di cadere nella trappola della non consapevolezza dei propri comportamenti. Anche se pensiamo di essere empatici, potremmo non esserlo veramente, forse a causa della mancanza di sensibilità o della mancanza di comprensione delle prospettive altrui.

Il rispetto è un protagonista immancabile di una relazione sana e felice. Tuttavia, anche in questo ambito è facile cadere nella trappola. In psicologia, incontriamo il concetto di “la mappa non è il territorio”, che illustra il fatto che ciascuno di noi possiede una mappa emotiva personale, una sorta di filtro attraverso il quale percepiamo il mondo. Questa mappa emotiva è plasmata dall’educazione, dall’ambiente e dal contesto sociale in cui siamo cresciuti. Non esiste una mappa giusta o sbagliata; ognuno ha la propria. È nel riconoscere e rispettare il fatto che gli altri hanno una mappa emotiva diversa dalla nostra, e quindi una prospettiva diversa, che troviamo il valore del rispetto. Avete idea di quante liti si eviterebbero se tutti tenessimo questo aspetto in considerazione?

Una volta compreso in maniera empatica lo stato d’animo e la condizione altrui, la sensibilità, che come abbiamo detto, è la nostra reazione, ciò che ci smuove, ci travolge, dovrebbe intervenire, agendo in maniera assertiva. Ciò che conta è che utilizzo facciamo della nostra comprensione, se la utilizziamo. Capire chi ci sta davanti non significa essere travolti dalle sue emozioni. Un esempio eloquente potrebbe essere il comportamento di un individuo sadico. Se non fosse empatico, non potrebbe provare soddisfazione nel provocare dolore agli altri.

Dobbiamo stare attenti anche a non cadere nella trappola dell’indifferenza, poiché questa è ciò che fa più male in qualsiasi relazione. Essere empatici e sensibili non solo arricchisce le nostre interazioni umane, ma contribuisce anche a costruire legami più profondi e significativi.

Vi abbraccio! Aspetto le vostre riflessioni nei commenti, se vi va. Il dialogo é un modo prezioso per entrare in contatto.

5 pensieri su “Relazioni sane, empatia, sensibilità, assertività, essere se stessi, trappole…

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